Mostra Nick Brandt
Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.
Questa è una mostra fotografica dove le immagini hanno un profondo senso sociale e politico, in particolare in questo ultimo periodo dove gli squilibrati ai quali permettiamo di governare il mondo hanno semplicemente definito il cambiamento climatico “non esistente”.
Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, in un momento nel quale c’era ancora la speranza che qualcosa si sarebbe potuto fare, ed è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale.
Alcune immagini erano state presentare al MIA photo fair 2025 a Milano dalla galleria Willas di Stoccolma.
L’allestimento nelle Gallerie è magnifico, già solo grazie alla struttura stessa delle sale espositive che permettono realizzazioni importanti e di grande effetto.
L’argomento è talmente importante che è difficile parlare di tecnica che è comunque molto fine. Si tratta ovviamente di “staged photography” dove l’autore può permettersi di creare le condizioni per produrre lo scatto pensato in precedenza e quindi controllare e gestire perfettamente ogni aspetto tecnico.
L’idea iniziale è tuttavia geniale e di sostanza. Il Capitolo Uno (2021), realizzato in Kenya a Zimbabwe ci mostra ritratti potentissimi di persone ed animali accomunati da un destino simile dove persino gli sguardi e le espressioni degli uni e degli altri arrivano a somigliarsi.
Personalmente trovo che lo scatto qui a destra sia monumentale, non solo racconta del cambiamento climatico, della condizione degli uomini e dell’animale ma, a mio parere, ci fa riflettere sulla condizione della donna in quella zona del mondo. Lo sguardo comunque fiero e la posizione diritta per me rappresentano la forza straordinaria di quelle donne.
Non starei a soffermarmi sulla composizione, perfetta di questa immagine come peraltro di tutte le fotografie della mostra.

Altro dettaglio da ricordare: gli scatti del Capitolo 1 sono stati fatti durante la pandemia, con difficoltà ulteriori quindi per la loro realizzazione da un lato e, dall’altro, dovendosi interfacciare con persone alle prese con qualcosa di mai visto prima.
Capitolo Due (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.


In questa foto l’idea delle dimensioni di alcune stampe:
Capitolo Tre – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, è una visione simbolica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Un video del backstage di alcune immagini permette di capire la complessità della realizzazione ed il rigore con il quale le immagini sono state scattate. Un commento che mi è capitato sentire: eh si ma con il budget a disposizione… Non basta il budget, ci vuole l’idea e con l’idea lo si può trovare; senza idea nessun budget crea sostanza…

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento. Per citare le parole dello stesso Brandt questo capitolo è molto diverso dai precedenti, vuol rappresentare la perdita di tutto quanto di materiale era in proprio possesso e il solo bene è nei legami familiari.

I piedistalli sui quali posano le persone vogliono dare verticalità, visibilità alle persone che, nella nostra società non ce l’hanno.
Una delle donne ritratte ha dichiarato che per la prima volta nella sua vita, su uno di questi supporti, si è sentita “esistere”.
Il progetto di Brandt ci fa vedere come la fotografia potrebbe servire a scuotere gli animi, far cambiare il corso inesorabile della follia capitalista. Una mostra come questa lascia l’amaro in bocca; ci fa vedere come la nostra società sia sorda e cieca e pronta a sacrificare la straordinaria complessità , bellezza, diversità di un pianeta riuscito molto bene per avidità e miope interesse.
Ciononostante è da vedere e rivedere.














